La stanza di Alessandro

 

Estratto dal testo curatoriale redatto durante la terza edizione della residenza Discontinuo.

 

È un rituale autocelebrativo che l’artista esegue per l’intera durata della residenza: a giorni alterni lavora e riposa contrastando l’esperienza contemporanea di inseguire il tempo, venendo meno alle dinamiche di un sistema basato sulla sovrapproduzione di immagini e concetti. Le sezioni di luminarie che occupano la stanza hanno avuto il peso specifico dell’acqua ingerita dall’artista nei giorni di riposo, con l’intento di dichiarare il suo stare in un luogo e in un tempo che si determina nello scorrere paradossale tra pianificazione e imprevisto.

Alessandro Costanzo ha partecipato alla residenza Discontinuo #4 restituendo una mostra dal titolo Allegoria del giorno.

 

 

Un grande tavolo ospitava delle sezioni di luminarie festive realizzate in ceramica seguendo una logica del tutto personale e in linea con la discontinuità del processo artistico cui la residenza e lo spazio che la ospita fanno riferimento.

Concedere a un oggetto di raccontare la trasformazione del proprio corpo ha molto a che fare con l’accidentalità. Se la sua ricerca si caratterizza per un’attenzione minuziosa al dettaglio e il progetto parte da un disegno specifico, la sua messa in atto fallisce ripetutamente e la luminaria diventa feticcio di una pratica festiva che Costanzo sceglie come pretesto per celebrare il suo stesso giorno.

Una volta cotta l’argilla – pesata in base all’acqua ingerita dall’artista – ha perso una parte di quel peso che nel momento dell’esposizione al pubblico le viene restituito nel titolo: ognuna delle sue sculture è intitolata con il peso mancante, quello perso durante la cottura, che l’ha trasformata da manufatto in oggetto artistico.

 

 

Ciao Alessandro,

che ricordo hai di quell’esperienza?

 

Ho davvero un ricordo intenso di quella residenza, eravamo reduci dai ripetuti lockdown, erano forse i primi “assembramenti”, ma per noi equivaleva al ritornare a lavorare insieme, in comunità. Nonostante in quei giorni Siracusa registrava la temperatura record di 48.8 gradi, non meno sofferti a Barcellona P.G, è stata comunque un’esperienza stupenda. Il supporto del collettivo è stato fantastico e le modalità di lavoro particolarmente stimolanti. Lì il sole non sorge sul mare come nella Sicilia orientale ed è sempre curioso scoprire altri versanti dell’isola che hanno un rapporto diverso con la luce. Ricordo ancora, inoltre, il bagno al mare la prima notte, quasi un battesimo iniziale. Probabilmente la scelta di lavorare con l’acqua nacque da un insieme di fattori che si stratificarono proprio in quei primi giorni.

Condizione fondamentale della residenza era lavorare in uno studio che poi sarebbe diventato anche spazio espositivo al momento della restituzione pubblica. Come ha condizionato il tuo processo?

 

Ricordo di aver familiarizzato subito con lo spazio, si trattava di una stanza di passaggio, quasi un punto d’approdo obbligato per chi arriva dal piano terra. Credo che ciò non abbia particolarmente condizionato il processo, anche se fin dall’inizio immaginavo quel luogo nell’ottica dell’open studio finale, provando a configurarmi la disseminazione dei vari elementi all’interno dello spazio. Il grande tavolo al centro, che era anche il tavolo in cui il collettivo si ritrovava per le riunioni, era abbastanza grande per contenere quasi tutto: materiali, bozze, ceramiche finite. Era interessante rielaborare continuamente idee avendo tutto sott’occhio. Forse lo studio era proprio quello, quel grande piano rialzato che conteneva ogni cosa.

 

Di te abbiamo scoperto che ti piace concedere spazio al caso, nonostante sia un caso con un presupposto controllo in partenza, come hai fatto qui con la cottura dell’argilla. Vuoi dirci di più di questo metodo?

 

L’idea del progetto è scaturita dall’osservazione quotidiana del mio peso, e, soprattutto, dal fatto che in estate assumo quantità importanti d’acqua, in modo quasi compulsivo. Questo mi ha portato a tramutare questi dati in scultura. Estrapolare un dato e trasfigurarlo per citare questi ordini invisibili fa scaturire in me un interesse singolare. In questo caso si trattava di una doppia misurazione, quasi una forma tautologica: prima il peso dell’acqua ingerita, seguito dal peso dell’acqua evaporata durante la cottura dell’argilla, è un processo che riflette sulla perdita. L’osservazione del comportamento dell’argilla, simile a un uomo esposto al caldo, è frutto del processo e quindi inevitabilmente del caso. Di solito quando concepisco un lavoro parto da un’intuizione, a volte abbastanza precisa; altre volte, invece, credo sia importante concedersi al caso, cercando di ascoltare i materiali stessi.

 

Se riguardi l’opera che hai donato all’Archivio Discontinuo oggi che cosa pensi e quanto, se, è cambiato il tuo lavoro intanto?

 

Sono molto legato a quel ciclo di lavori, considero quelle luminarie come protesi del mio corpo, poiché conservano la memoria dell’acqua che ho ingerito in quei giorni, gli affaticamenti, gli stati d’animo, i momenti intensi. Rappresentano la trascrizione di un periodo, la ciclicità del giorno. Oggi l’attenzione del mio lavoro si è spostata su altri materiali e questioni differenti, ma quell’approccio auto-etnografico è sempre presente, almeno in parte. La visione antropocentrica della dottrina protagorea, secondo cui “l’uomo è misura di tutte le cose”, ritorna per me spesso come “attivatore” di nuovi stimoli visivi.

 

La mostra “La stanza di Alice” è visibile dal 1 al 30 agosto in Vicolo I Mandanici a Barcellona Pozzo di Gotto, Messina.

https://alessandrocostanzo.it per approfondire il lavoro di Alessandro Costanzo

vicolo I Placido Mandanici, 2, 98051, Barcellona Pozzo di Gotto, Italy

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