La stanza di Martina
Estratto dal testo curatoriale redatto durante la terza edizione della residenza Discontinuo.
La stanza di Martina è una Wunderkammer delle memorie, una collezione nata nello uno sforzo di !alfabetizzare” oggetti della tradizione locale - formine per la mostarda, centrini ricamati, piccole anfore di terracotta, la statuetta di una madonna di gesso - usati come matrici per raccontare la storia personale dell"artista in residenza che si arricchisce dell"esperienza dei fruitori e delle loro memorie. La comunicazione passa, infatti, attraverso la forma riconoscibile dei segni che riempiono le pareti: oggetti che sono stati un tempo d"uso comune oggi trattati come reperti di un passato non troppo lontano, esposti sotto teche di vetro nei musei etnoantropologici, o conservati nello spazio privato della propria abitazione, eredità familiare che si fa, appunto, linguaggio, che costituisce un dialogo tra generazioni. La percezione resta in bilico tra il familiare e l"estraneo di fronte a queste forme cave, svuotate di senso e decontestualizzate.
Martina Biolo ha partecipato alla residenza Discontinuo #4 realizzando dei calchi in lattice di oggetti di uso comune o immagini sacre per poi esporli sulle pareti verde pallido della sua stanza/atelier come in una collezione privata che diventa museo etnografico. Tra il privato e il pubblico c’è un limite sottilissimo, come una linea, su cui l’artista crea il suo mondo ricco di senso e ambiguità.
La cromia del materiale, simile a quella della pelle, rende il racconto
dell"artista antropomorfo: l"attrazione inconscia alla caratteristica materica, quasi organica, degli oggetti/opere è il presupposto su cui la Biolo basa l"intera operazione.
Ciao Martina,
Che ricordo hai di quell’esperienza?
Era la mia seconda volta in Sicilia, ma la prima in cui mi avvicinavo all’isola in quel modo: come a un territorio fertile per sviluppare un progetto che si nutre delle storie di altri. Ricordo le visite nei casolari dismessi alla ricerca di oggetti e le tante narrazioni che quegli oggetti sembravano custodire.
Un elemento centrale dell’esperienza è stato il dialogo quotidiano con altri artisti, con visioni e percorsi differenti. Questa convivenza ha generato un confronto che è andato oltre l’ambito professionale, trasformandosi in una relazione autentica e umanamente significativa, che considero un passaggio formativo e necessario del mio percorso. Poi le granite con la brioche, grande scoperta.
La tua stanza era sia atelier che spazio espositivo. Non solo, Discontinuo è sempre stato un luogo in cambiamento progressivo, nasce come privato ma si apre all’esterno. Come ti sei relazionata alla natura di questo spazio?
Lo spazio è diventato un contenitore di memoria domestica, un luogo in cui si conserva e si rielabora ciò che appartiene al vissuto quotidiano. Nel mio lavoro questo si traduce nella ricostruzione di frammenti di vita, di oggetti e di contesti personali. Ho sentito l’esigenza di orientare il progetto verso la dimensione transitoria del nostro rapporto con ciò che ci circonda, trasformando questi elementi in una sorta di alfabeto di presenze evanescenti, capaci di raccogliere e restituire strati di memoria.
Nella tua opera il quotidiano ha un’attrazione particolare, riesci sempre a creare un focus attraverso scelte ricercate. Vuoi parlarci del tuo metodo e del perché hai scelto di usare il lattice in questa occasione?
Durante la residenza Discontinuo #4 percepivo il mio lavoro come una traccia mnemonica, un residuo capace di trattenere il segno del tempo e delle esperienze. In quel periodo lavoravo con il lattice, un materiale che per me rappresentava perfettamente questa idea: è vivo, mutevole, soggetto a trasformazione e deterioramento. La sua natura organica, mai del tutto stabile, mi ha permesso di riflettere sulla fragilità della memoria e sul carattere effimero delle cose, restituendo in modo tangibile la sensazione di qualcosa che lentamente cambia, ma non scompare mai del tutto.
Se riguardi l"opera che hai donato all"Archivio Discontinuo oggi che cosa pensi e quanto, se, è cambiato il tuo lavoro?
Negli ultimi anni ho approfondito sempre di più il tema della quotidianità, indagando il rapporto instabile e talvolta svuotato che la società contemporanea genera tra l’essere umano, gli oggetti e gli spazi che abita. Mi interessa esplorare ciò che resta invisibile, quella dimensione sottile che si nasconde dietro le cose e gli ambienti apparentemente ordinari. Questo livello latente rappresenta per me una zona liminale, un luogo di passaggio che non è né astratto né completamente concreto, ma un dispositivo delicato capace di tenere insieme entrambe le dimensioni. È proprio in questo spazio di tensione tra il reale e la sua possibile trasformazione che ora i miei progetti prendono forma.
Credo che Wunderkammer delle memorie sia stato un punto di partenza.
La mostra !La stanza di Martina” è visibile dall"1 al 29 novembre in Vicolo I Mandanici a Barcellona Pozzo di Gotto, Messina.
www.martinabiolo.com per approfondire il lavoro di Martina Biolo.
vicolo I Placido Mandanici, 2, 98051, Barcellona Pozzo di Gotto, Italy
info@collettivoflock.it